TUTTI CONTRO LA GUERRA?
L'invasione dell'Irak sembra essere ormai veramente alle porte. Lo show di
Colin Powell all'ONU è stata la chiamata alle armi, poco importa che la
"colomba" dell'Amministrazione Bush non abbia portato una sola prova degna di
questo nome sulle presunte violazioni irachene della Risoluzione 1441. Anche gli
Ispettori dell'ONU sembrano rassegnati al ruolo di foglia di fico delle velleità
imperialiste di Bush. Del resto, che senso ha lavorare per confermare o smentire
qualcosa che alla superpotenza mondiale non interessa
minimamente?
All'Amministrazione Bush non interessano né le armi irachene, né
le violazioni dei diritti umani; le sole cose che interessino sono il petrolio
iracheno e la possibilità che questo offre di ridisegnare non solo la
geopolitica dell'area, ma l'intero scenario globale. Queste considerazioni
apparentemente banali devono essere ben comprese da chi voglia veramente
schierarsi contro la guerra "senza se e senza ma", perché anche dalle nostre
parti c'è troppa gente che sembra più presa dalla voglia di scagliarsi contro il
regime iracheno che dall'impegno contro la guerra e l'imperialismo
nordamericano.
Le convulsioni di quel che resta dell'Ulivo sono sotto gli
occhi di tutti e non mette conto di ribadirle anche qui; quello che forse vale
la pena di fare, invece, è mettere in guardia dalla tentazione di annacquare i
contenuti e le forme delle prossime mobilitazioni in nome di un malinteso
spirito "unitario".
Intendiamoci: contro la guerra è indispensabile mettere
in campo il più vasto schieramento - politico e sociale - che sia possibile,
perché è giusto che tutti coloro che si oppongono all'arroganza imperialista
possano esprimersi senza censure di carattere ideologico. Detto questo, però, è
bene dire anche che non si possono accettare posizioni tartufesche, quali quelle
che emergono da settori dell'Ulivo (i sostenitori dell'ex Sindaco di Roma, ma
non solo) o quelle che intendono relegare in un angolo il nesso inscindibile fra
l'aggressione all'Irak e l'occupazione militare e coloniale sionista della
Palestina. Su quest'ultimo punto vogliamo approfondire il ragionamento.
Le aggressioni politiche di cui sono stati recentemente vittime Alberto
Asor Rosa e un circolo ARCI di Pisa, "colpevoli" l'uno di aver scritto alcune
cose sulla politica israeliana e l'altro di aver aderito alla campagna
internazionale di boicottaggio dell'economia di guerra israeliana, non sono un
fatto nuovo. Nel corso degli ultimi mesi, e non solo in Italia, abbiamo avuto
numerose dimostrazioni dell'attivismo politico e culturale delle lobby sioniste,
che poi - anche se in pochi sembrano accorgersene - coincidono in larga parte
con i poteri forti che sostengono la "guerra preventiva" e l'imperialismo
americano.
L'aspetto più sconcertante della situazione consiste nella
remissività con cui quasi tutta la sinistra ed anche il mondo cattolico hanno
accettato la propria criminalizzazione, al punto che oggi chi sostiene i diritti
del popolo palestinese e si oppone alla politica criminale dei vari Sharon e
Peres finisce per trovarsi sul banco degli accusati, con l'imputazione infamante
di antisemitismo.
C'è qualcosa di oscuro in questa vicenda: perché tanta
timidezza nel denunciare un'occupazione brutale e spietata e, ancor più, nel
mobilitarsi per far cessare uno scempio del diritto che dura da decine di
anni?
Facciamo un esempio. Uno degli argomenti forti della propaganda
sionista è l'affermazione che "Israele è la sola democrazia del Medio Oriente".
Di fronte a questa affermazione, tutte le obiezioni sembrano cadere, nonostante
si tratti in tutta evidenza di una truffa... anche le potenze europee
giustificavano la colonizzazione del resto del mondo con la pretesa della
propria superiorità morale nei confronti delle popolazioni colonizzate, in nome
delle "democrazie" francesi, inglesi o italiane dell'epoca. Agli algerini o agli
indiani poco importava di essere colonizzati da una repubblica democratica o da
una monarchia costituzionale, il punto era che quei governi non erano i loro.
Non si capisce perché per Israele il discorso dovrebbe essere differente, ma
soprattutto non si capisce perché in tanti, anche a "sinistra", non abbiano il
coraggio intellettuale di dire queste poche e semplici cose.
Quante voci si
sono levate, nel nostro Paese, per dire che la deportazione di massa dei
Palestinesi - il "transfer", come lo chiamano i sionisti - è un crimine contro
l'umanità ed è vergognoso che in Israele sia un'opzione fortemente presa in
considerazione dal governo? Poche, anzi quasi nessuna.
Quanti fra coloro che
inorridiscono ad ogni attentato contro i civili israeliani, con la stessa
passione denunciano la criminalità quotidiana dei Caterpillar israeliani che
demoliscono le case palestinesi, anche con la gente dentro, per fare più presto?
Quasi nessuno.
Quanti, anche "pacifisti", fra quelli che pretendono dall'Irak
il rispetto integrale e incondizionato delle Risoluzioni dell'ONU, hanno preteso
con la stessa determinazione che Israele aprisse le porte agli Ispettori
dell'ONU, dopo il massacro di Jenin dell'aprile scorso? Per contarli, bastano le
dita di una mano.
Dobbiamo ammettere che quello che lo storico D'Orsi ha
efficacemente chiamato "il ricatto dell'antisemitismo" ha funzionato;
l'operazione consistente nel sovrapporre indebitamente sionismo e ebraismo è
riuscita, nonostante si tratti di una palese falsificazione. Allo stesso modo,
in molti si sono lasciati intrappolare dal ricatto che vuole equiparare ogni
opposizione all'imperialismo nordamericano ad un pregiudizio antiamericano. E
diciamo pure che questo doppio ricatto ha trovato - e trova - molti più complici
"a sinistra" di quanto fosse lecito pensare.
Rompere culturalmente, prima ancora che politicamente, con questo doppio
ricatto è la condizione fondamentale per lo sviluppo di un movimento contro la
guerra credibile ed incisivo. Non si vincono battaglie politiche e non si sta
dentro un movimento subendo ricatti. Per questo è importante che il prossimo 15
febbraio - come peraltro avviene in tutto il mondo - il sostegno alla Resistenza
palestinese sia nominato apertamente come parte integrante, costitutiva del
movimento contro la guerra. Il boicottaggio dell'economia di guerra israeliana è
uno strumento del movimento: affiancare ad esso un boicottaggio delle merci
"made in U.S.A.", perlomeno di quelle a più alta valenza simbolica, sarebbe
coerente e sacrosanto.